
L’analisi di Silvia Natale, headhunter, career advisor e LinkedIn Top Voice Carriere e Lavoro: «Tecnologia, relazione umana e sostenibilità stanno cambiando la mappa del lavoro nel turismo».
Il settore sta entrando in una nuova fase e le aziende devono evolvere per attrarre i professionisti del futuro. Il turismo italiano, in particolare, sta vivendo una trasformazione strutturale che ridefinisce ruoli, competenze e modelli di leadership. «Il turismo si sta industrializzando in modo selettivo: chi resta fermo viene superato. Siamo oltre il rimbalzo post‑pandemico: oggi il settore ripensa modelli, responsabilità e stili di guida. Le aziende cercano persone capaci di muoversi tra ospitalità, tecnologia, dati e relazione umana: è qui che si gioca la partita delle competenze. Il turismo non è più un settore di passaggio, ma un ecosistema complesso che richiede visione, lucidità e capacità di adattamento continuo».
I trend che stanno ridisegnando le professioni
La trasformazione del settore è guidata da quattro forze: personalizzazione, tecnologia, ibridazione e sostenibilità. Sono i pilastri che stanno cambiando il modo di lavorare e crescere nel turismo. «Il viaggiatore di oggi non vuole un servizio, ma emozioni che lo rappresentino: la personalizzazione è diventata la nuova normalità. L’intelligenza artificiale non sostituisce il lavoro umano: lo amplifica. Chi sa usarla diventa immediatamente più competitivo. Le carriere lineari sono finite: oggi vince chi sa muoversi tra discipline diverse. La sostenibilità, ad esempio, non è un’etichetta: è una competenza. Le aziende cercano persone che sappiano trasformarla in valore misurabile. Il settore premia chi sa leggere i segnali deboli, anticipare i bisogni e costruire esperienze che restano».
Le professioni più richieste nel 2026
La domanda si concentra su tre aree: digitale, relazione e sostenibilità. Sono i ruoli che stanno guidando la nuova fase di sviluppo del settore. «I profili digitali e data‑driven sono quelli che crescono più velocemente: revenue manager, distribution specialist, digital travel strategist, AI travel designer. Nell’area dell’esperienza e della relazione servono guest relation manager, luxury concierge, MICE specialist, wellness & spa manager: ruoli dove la sensibilità umana fa la differenza. La sostenibilità crea nuove carriere: destination manager, ESG specialist, project manager per il turismo rigenerativo. Il turismo di lusso richiede soft skills elevate e una capacità relazionale ad altissimo livello: è un segmento che non perdona improvvisazione. Le aziende cercano persone che sappiano unire empatia, tecnica e visione: è questa la nuova triade del talento».
Il turismo come “palestra manageriale”
Il travel è uno dei pochi settori capaci di formare talenti spendibili ovunque. La multidisciplinarità è la sua forza più grande. «Il turismo è la miglior business school non dichiarata che abbiamo. È l’unico settore dove convivono ogni giorno operatività, strategia, creatività, gestione del rischio, tecnologia e leadership emotiva. Chi cresce nel travel sviluppa una combinazione rara di competenze: problem solving immediato, gestione della complessità, visione commerciale, resilienza. Non sorprende che molti professionisti del turismo facciano carriera anche in luxury retail, real estate, finance, tech e consulenza. Il turismo forma profili completi, veloci, adattivi: è una palestra manageriale potentissima. Chi ha lavorato nel turismo sa gestire persone, crisi, clienti, numeri e imprevisti: è un capitale umano che altri settori cercano attivamente».
Le aziende che vogliono talento devono cambiare approccio
Il mercato del lavoro premia le organizzazioni che investono nelle persone. Ma molte realtà italiane devono ancora compiere un salto culturale, superando un’impostazione familiare che oggi rischia di frenare la crescita. «Le aziende devono iniziare a cercare teste. Il turismo del 2026 ha bisogno di persone che pensano, non solo che eseguono. In Italia abbiamo eccellenze straordinarie, ma troppe realtà ragionano ancora con un approccio di natura familiare, dove le decisioni si basano più sull’abitudine che sulla strategia. È un modello che ha funzionato per decenni, ma oggi rischia di diventare un limite. Non è una critica, è un invito: professionalizzare non significa snaturare, significa dare continuità al valore creato dalle famiglie. Chi investe in formazione, benessere e crescita interna diventa immediatamente più competitivo nella guerra dei talenti. Il settore premia le organizzazioni che sanno valorizzare la multidisciplinarità: è lì che si costruisce il vantaggio. Il futuro del turismo si gioca sulla qualità delle persone».
Silvia Natale
